Salve, c'è una terza soluzione terapeutica: una psicoterapia ad indirizzo cognitivo comportamentale. Approfitto in questo spazio per alcune riflessioni generali. La farmacoterapia ha monopolizzato il campo promettendo miracoli che spesso non mantiene e la psicoterapia è stata relegata a ruolo di supporto opzionale. Gli indubitabili successi della psicofarmacologia e gli enormi interessi economici che la sostengono hanno diffuso un messaggio del tipo: “Le malattie della mente sono malattie del cervello, perciò bisogna curare il cervello come fosse un qualsiasi altro organo e la mente tornerà miracolosamente a funzionare”.
Un tale riduzionismo biologico è falso e ottuso quanto l’opposto riduzionismo psicologico secondo il quale è sufficiente “aggiustare” il modo di pensare e di sentire intervenendo sulla mente affinché anche il cervello funzioni correttamente. I riduzionismi sono delle terribili semplificazioni che hanno un grande potere di attrazione per il loro estremismo che bandisce ogni complessità e insinua l’illusione di averla risolta. Ci si trova spesso più a proprio agio in un mondo in bianco e nero, ignaro del continuum di sfumature dell’iride. Non si vuole neppure sottovalutare l’importanza dei farmaci; per certi versi è proprio grazie all’esistenza dei farmaci che sono oggi possibili percorsi psicoterapeutici e riabilitativi un tempo impensabili. Mente e cervello non sono due realtà distinte delle quali una più basilare dell’altra, e neppure due entità che si influenza reciprocamente tali per cui, da un lato, le rappresentazioni mentali modificano biochimica e struttura cerebrale mentre, dall’altro, la biochimica cerebrale determina le rappresentazioni mentali. Mente e cervello sono una realtà unica e la differenza sta nel linguaggio, nel codice con cui tale realtà unitaria viene descritta.
Il linguaggio psicologico parla di rappresentazioni mentali, il linguaggio biologico di strutture, recettori e neurotrasmettitori: sono i descrittori ad essere diversi e non la cosa descritta. E allora la paura può essere descritta come una reazione adrenergica che modifica in modo misurabile una serie di parametri biologici e altrettanto correttamente può essere definita come la previsione di un pericolo; la tristezza è allo stesso tempo, percezione della perdita di qualcosa di importante e l’abbassamento dei livelli di serotonina. La paura passerà tanto bloccando gli effetti dell’adrenalina quanto modificando la percezione di pericolo: i due fatti avvengono contemporaneamente, sono anzi la stessa cosa. Se modifico la percezione di pericolo, l’adrenalina diminuisce e, viceversa, se abbasso l’adrenalina, si attenua la percezione di pericolo. Se innalzo i livelli di serotonina, la tristezza si attenua e scompare, se attenuo l’idea di perdita di qualcosa di importante la serotonina si innalza.
Farmaci e psicoterapia non hanno come bersaglio realtà diverse ma rappresentano due strategie possibili per incidere sulla medesima realtà unitaria “cervello-mente”. Se nel caso di disturbi lievi si può scegliere di intervenire con uno solo di questi due strumenti, non è così nelle patologie importanti. Nel caso di gravi sofferenze, infatti, l’attacco al disturbo va portato il più precocemente possibile e su più fronti per aumentare le probabilità di successo. Allo stato attuale delle conoscenze tutti giudicherebbero colpevole un trattamento di un disturbo psicotico che non facesse ricorso ai farmaci; ma altrettanto irresponsabile sarebbe un trattamento di uno psicotico che si limitasse ai soli farmaci senza interrogarsi sul perché dello scompenso e senza cercare di intervenire sulla modalità con cui il soggetto percepisce se stesso e il mondo che si è mostrata disfunzionale. Saluti