Gli attacchi di panico si configurano come un esempio paradosso di manifestazione dell'ansia. Paradosso nel senso che l'ansia in sè, come tutte le manifestazioni emotive, definiscono e rappresentano la posizione personale, in termini di vissuto, rispetto a come si struttura, nel momento presente, la relazione con il mondo rappresentato. L'ansia in questi termini è una risposta emotiva, la cui funzione adattiva consiste nell'attivare la mente ed il corpo ad affrontare un "pericolo" percepito. L'attacco di panico sia come sintomo singolo e non strutturato all'interno di una configurazione psicopatologica definita, sia come parte di una costellazione psicopatologica strutturata, non è altro che una risposta ansiosa all'estrema potenza. Pertanto di fronte al sintomo è possibile considerarlo in due modi:
- come sintomo singolo, equivale, in questi termini al "mal di testa", al "mal di denti" etc. e ciò implica un approccio terapeutico sintomatico; generalmente si consiglia, dopo un'attenta valutazione psicodiagnostica, una lavoro terapeutico a breve termine, sui circoli viziosi che alimentano o mantengono il sintomo stesso;
- come sintomo positivo, che descrive, indirettamente, gli elementi di personalità, ovvero le modalità poco funzionali o poco adattive attraverso le quali una persona gestisce le proprie emozioni ed il proprio rapporto con gli eventi esterni. In questo ambito entrano in gioco tutte quelle variabili di personalità legate ad esempio all'eccesso di dabbenaggine, al bisogno di controllo, al timore della perdita, alla dipendenza dagli altri etc. etc.
Pertanto il mio consiglio è sempre lo stesso, vale a dire quello di sfruttare il senso positivo del sintomo stesso, come elemento di segnalazione di un bisogno personale, che lei può eventualmente chiarire e chiarificare a sè stesso, nel setting consueto per questo lavoro: la psicoterapia o la consultazione psicoterapeutica.